Riscoperti antichi vitigni siciliani

Cari lettori in questo articolo vi racconterò di una interessante serata organizzata dall’ONAV di Palermo, presso il Centro Culturale Biòtos (che ha sede in un bell’edificio storico affacciato su via Libertà, con una fantastica visuale sul Politeama), in occasione del Seminario sui Vitigni Antichi Siciliani, di cui ancora si sa ben poco o niente. I relatori della serata erano gli enologi Giacomo Ansaldi e Alberto Parrinello del Centro Vivaio Federico Paulsen di Marsala.

Devo prima di tutto fare i complimenti all’enologo Ansaldi per il suo modo di esporre gli argomenti, piuttosto chiaro, semplice ma dettagliato, che ha catturato l’attenzione dell’intera sala. Da questo seminario ho appreso molte notizie e curiosità che voglio condividere con quanti mi seguono.

Bene, inizio con il dirvi che i vitigni antichi o anche della “memoria” sono vitigni pre-fillosserici, riportati alla luce attraverso l’indagine sul campo di circa 70 esperti e ricercatori, tra cui i due enologi di cui vi ho già accennato, che hanno iniziato il percorso di ricerca partendo dal territorio e dal sapere dei contadini (di una certa età), utilizzando non solo la notizia storica, ma anche quella visiva e quella tecnica, che concerne lo studio del DNA di questi vitigni siciliani antichi, i quali presentano un genoma forte che marca la territorialità siciliana.

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Il Barone Mendola

Vi sono molti autori importanti che nei secoli passati hanno studiato e approfondito l’aspetto della domesticazione e dell’evoluzione dei vitigni siciliani e non, come per esempio il Cupani che scrisse nel 1696 Hortus catholicus in cui vengono descritte 46 cultivar da vino e 16 di uva da mensa, o ancora il barone Antonio Mendola (agronomo e ampelografo, 1827- 1908) che fu il detentore della più grande collezione di viti provenienti da tutta Europa. Pensate che aveva nei suoi possedimenti di Favara più di 6000 campioni/varietà di viti, che rappresentavano il fulcro della viticultura siciliana. Purtroppo la sua collezione fu distrutta dall’epidemia di fillossera, e i suoi documenti, appunti e materiali scientifici furono trafugati. Occorre precisare che la domesticazione è un meccanismo di selezione genetica che comporta la moltiplicazione e la domesticazione dei caratteri genetici.

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Uva Grillo

Per esempio il Grillo è una varietà ottenuta dall’incrocio tra il Catarratto e lo Zibibbo. Nasce a Favara ad opera del barone Mendola, che per sorprendere un amico (l’ing. G.B. Cerletti), realizzò una nuova varietà vitivinicola siciliana usando il Catarratto (per la sua austerità) e lo Zibibbo (per l’eleganza) da cui nacque l’odierno Grillo ( Mendola scrisse che fece quest’incrocio per ottenere un vino atto a migliorare il Marsala), ma avendo fretta di assaggiarlo, innesta una vite di inzolia nero dando origine al Moscato Cerletti, che oggi si trova a Montpellier e in Argentina.

L’enologo Ansaldi avanza una sua tesi per quanto concerne il nome Grillo. Essendosi imbattuto in una lettura casuale sul melograno, scopre che la denominazione dei chicchi di quest’ultimo, deriva dal latino arillum che significa “semi” o “vinaccioli”. Tale nome somiglia molto al termine siciliano ariddaru ovvero grillo, così Ansaldi consulta il dizionario “Pasqualino” del siciliano, in cui il termine ariddu significa: seme della pera e dell’uva, vinacciolo. Approda così alla conclusione che il nome Grillo nasce dalla congiunzione di cultura inglese e conoscenze siciliane nel territorio di Marsala, dove la presenza inglese era dovuta alla produzione per l’appunto del Marsala.

Da questo seminario emerge che la viticultura siciliana nasce 9000 anni fa e ciò si può provare grazie a dei ritrovamenti: nella grotta di Uzzo che risale a circa 10.000 di anni fa (situata all’interno della riserva dello Zingaro) sono stati ritrovati vinaccioli di vitis sylvestris; ritrovamenti nelle zolfare, quest’ultime risalenti al 200 a.c.; un ritrovamento archeologico datato 3800 anni fa, testimoniato da un Palmento per fare vino tra i più antichi ritrovati sino ad ora, all’interno del bosco di Risinata a Sambuca di Sicilia, sopra la montagna in prossimità della cantina Planeta, situata sul lago Arancio. Sempre lì in un vallone impenetrabile, un cacciatore si è accorto che c’era dell’uva, e ne parla all’enologo Ansaldi, che con un equìpe va a verificare ed effettivamente trovano delle viti con attaccati dei raspi, i cui acini probabilmente erano stati mangiati dagli animali selvatici. Le piante di vite vivevano nell’acqua e si inerpicavano tra la vegetazione, come tipicamente fanno le piante rampicanti, per raggiungere la luce. Erano presenti in tutto 5 piante, sia di carattere maschile che femminile. Il ritrovamento è stato documentato e segnalato alla forestale, che ha ben pensato di ripulire il vallone eliminando le piante, ecco perché scrivevo al passato!

I campioni di vitigni antichi riportati alla luce, provengono da luoghi, come ad esempio giardini privati, che possiamo definire scrigni. Ne è un esempio la vigna di 3000 mq ritrovata a Tusa, che ha almeno 80 anni di vita, e più di 10 profili genetici unici nel loro genere.

I nomi di alcuni vitigni antichi derivano proprio dal siciliano e rispecchiano talvolta le peculiarità della pianta. Alcuni di essi sono: Fiori d’arancio, Vitraruolo (per via del colore, non solo dell’uva ma anche e sopratutto dei tralci, simile a quello delle bottiglie di vetro), Alzano, Catanese bianca, Rucignola, Nave (un uva che raggiunge massimo 9° alcolici), Pignolo, Lievuso, Caina, Citana, Minna vacchina, Precoce, Zu Matteo, Inzolia Nera, Bacau, Niuredda, Caruffino, Preventivo, Reliquia nera, Triboto (antenato dello zibibbo, che ne è il padre, mentre il moscato bianco è la madre. Si tratta di una varietà greca, il cui nome significa che fiorisce tre volte).

Finito il seminario abbiamo degustato 6 vini ottenuti da questi vitigni antichi, prodotti dai suddetti enologi nel Centro Paulsen. Si tratta di vini sperimentali e dalla produzione irrisoria, parliamo infatti di circa 25 l di vino prodotto, ma alcune cantine stanno già piantando questi vigneti in via sperimentale, anche se tali cultivar devono ancora essere inserite nella lista ufficiale dei vitigni regionali.

In tutto tre bianchi e tre rossi, tutti del 2015.

Il primo vino bianco è ottenuto con uve Pignolo in purezza, vinificato sur lieu, con un tenore alcolico di 12,50%, dal colore giallo paglierino, dai sentori vinosi, fruttati e floreali di pesca, ciclamino e agrumi. Un vino rustico dal palato fresco, sapido, dal retrogusto amarognolo, che possiamo definire esuberante.

Il secondo vino bianco è ottenuto da uve Rucignola, provenienti dalla zona dei Nebrodi, con un tenore alcolico di 13,50%. Presenta un colore brillante e luminoso. E dire che non è filtrato! Dai sentori suadenti, in cui si riconoscono frutti esotici maturi quali la papaia e il mango. Palato morbido e gradevole. Un aggettivo per definirlo è delicato.

Il terzo vino bianco è un Lievuso in purezza, con un tenore alcolico di 15,50%. dal colore giallo intenso, con nuances rosati e sentori vanigliati. Un palato alcolico, sapido, intenso e fresco. Definirei questo vino accattivante.

Il quarto vino è un rosso prodotto con uve Orsini 100%, con un tenore alcolico di 11,70%. Ha un colore rosso tenue, debole, dovuto al fatto che scarseggia in antociani. Inoltre presenta al naso sentori piuttosto chiusi, di stalla, di selvaggio, di minerale, di latta di sarde salate. Al palato leggero e acidulo. Probabilmente, secondo me – che, ci tengo a precisare, non sono un enologa –  è un vino che si presta alla realizzazione di un rosato, magari barricato, oppure per fare dei tagli. Vino debole.

Il quinto vino rosso è un Vitrarolo in purezza, proveniente dai Nebrodi, con un tenore alcolico di 13,20%. Presenta un colore rosso dai riflessi violacei. Al naso sentori di cuoio, tabacco e amarena sotto spirito. Un palato piuttosto rustico, allappante e tannico. Un vino tutto sommato piacevole ed equilibrato, da perfezionare probabilmente con un passaggio in botte. Lo definirei intenso.

Il sesto ed ultimo vino rosso è un Anonima Nera, che deve il suo nome al fatto che nessuno sappia quale sia il nome di questo vitigno; dal tenore alcolico di 13,20%. Si presenta con un bel colore rosso rubino. Sentori un po chiusi di goudron e frutta sotto spirito. Un palato fresco, beverino, dai tannini vivaci. Un vino un po’ evoluto.

Si tratta di vini caratterizzati dalla rusticità, non filtrati ed ottenuti senza alcun intervento enologico in cantina, proprio per evidenziare le loro peculiarità organolettiche.

Vitigni antichi: sconosciuti a tanti, preservati dalla sapienza contadina e riportati alla luce grazie alla passione e all’impegno di 70 enologi e non; da cui si possono ricavare vini unici, particolari, dai caratteri non comuni.

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