Sciascia, l’enologo astemio

Era da poco calata la sera e le luci del Cassaro di Palermo rivelavano solo parzialmente la gloria decaduta dei palazzi nobiliari. Enzo Biagi sedeva davanti allo scrittoio della sua camera al Centrale Palace Hotel, riflettendo sulla sua breve ma intensa esperienza siciliana. Volle riordinare il flusso di pensieri che gli scivolavano nella mente e decise di confidarli alla sua vecchia Olivetti Lettera 43, dalla quale difficilmente si separava. Caricò il foglio e il ticchettìo riempì la silenziosa sera estiva di una desolata Palermo degli anni ’70.

Leonardo Sciascia mi piace come scrittore e come persona. Anche la sua vita è rispettabile. Faceva il maestro elementare, ma senza passione. È difficile insegnare a un bambino che ha fame la grammatica e le moltiplicazioni. Adesso vive coi diritti d’autore e con qualche articolo. Le due ragazze sono sposate. La signora Maria non ha mai avuto bisogno della domestica. Qualche volta va lui a fare la spesa. Hanno poche necessità: accendono la televisione soltanto quando si elegge il presidente della repubblica, e non funziona. Sono andato a trovarlo nella casa di campagna, a Racalmuto: un ettaro di terra, che è sempre stato dei suoi. Sciascia ha tirato su i muri nuovi, perché ormai ci vuole l’acqua e la luce, ma il paesaggio è immutato: la trazzera piena di buche, gli ulivi drammatici, il vento che ribalta le erbe secche. Questo è il suo orizzonte: il pastore che gli regala la ricotta, i bottegai, i contadini, un professore che ogni tanto viene a trovarlo e gli porta frutta e vino. Sciascia ama la solitudine: non sa guidare l’automobile, sul caminetto ci sono dei libri, alle undici di sera già riposa, e l’ultimo pensiero è sempre per la morte; vorrebbe affrontarla da sveglio, forse per giudicarsi un’ultima volta.

Il celebre giornalista aveva trascorso una giornata con il politico, lo scrittore e, soprattutto con l’uomo Sciascia. Voleva scavare nelle profondità dell’intellettuale, indagarne la complessità del pensiero e gli spunti di meditazione che quella Sicilia arcaica e rurale gli regalava. Da Racalmuto presero la macchina e, quasi senza meta, decisero che lo sfondo alla loro conversazione dovesse essere proprio la Sicilia, i suoi profumi, le sue estreme contraddizioni, i suoi contrasti armonici.

Presero numerose provinciali, trazzere e vanedde fino ad arrivare a scorgere il mare, reso tempestoso da una forte libecciata. “Mare colore del vino, di omerica memoria. L’effetto, come di vino, che un mare come questo produce: Non ubriaca, si impadronisce dei pensieri, suscita antica saggezza” disse Sciascia.

Continuarono la litoranea superando Siculiana, Sciacca e senza nemmeno rendersi conto del tempo che passava, giunsero dalle parti di Menfi. “L’antica Inycon, emporio commerciale dei selinuntini, terra di confine da quasi trenta secoli” commentò il siciliano.

Stanchi per il lungo peregrinare, si fermarono dalle parti di una estesa lingua di sabbia che cangiava improvvisamente il suo desertico colore nel verde brillante dei vigneti che digradavano fin quasi al mare. Biagi si chiese come fosse possibile per la vite riuscire a crescere così rigogliosa nonostante il vento e la salsedine. Sciascia interruppe i suoi pensieri indicandogli una piccola casetta intonacata a calce nel bel mezzo del vigneto. Si diressero a piedi verso quel piccolo dado bianco per trovare riposo e conforto. Li accolse un vecchio contadino che volle condividere con loro il suo pasto: sarde salate, cipolle, formaggio di tuma e qualche bicchiere di vino bianco. Era il Grecanico, un’uva antica come il tempo che l’uomo vendemmiava per la grande cantina sociale Settesoli, poco distante da lì. Biagi accettò ma Sciascia disse “Sono astemio”.

E raccontò un aneddoto “Lei è astemio?”, “No, sono Tascarella da Racalmuto”, rispose l’astemio”.

“L’aneddoto, ogni volta che sento o penso o scrivo la parola astemio, mi riaffiora …quasi la parola fosse un nome proprio come Ascanio o Astolfo … e mi capita dunque frequentemente, poiché sono astemio. Ma non si creda che l’astemio non senta alcun rapporto col vino. Certamente tutti gli astemi godono di un rapporto col vino che si può senz’altro dire visuale e condensare nel verbo, che mi pare sia stato coniato da Boccaccio, di arrubinare … l’effetto del bicchiere che appunto si arrubina mescendovi il vino rosso … Un godimento puramente estetico: con un certo effetto di ebrezza, qual di refrigerio nelle ‘bevute visuali’ del Malagotti … Si possono coniare altri verbi per i vini, come ‘ambrare’ … I vini hanno come una luce propria e interna che dal vetro in cui si versano ricevono una sfaccettatura, una ricchezza di tonalità e di riflessi”

“Lei cosa vede in questo vino?” chiese Biagi, attentissimo.

“Vedo un frutto della terra che anela il mare, lo immagina, lo avverte, lo cerca, lo desidera e quando un contadino lo accontenta impiantandolo a ripa di mare, lui è sazio, completo, appagato. Lo respira, ne assume la sapidità, i profumi di iodio e alghe, la freschezza; affonda le sue radici nella calda sabbia mediterranea. E tutto questo lo rende, generoso, in quel bicchiere che lei, caro Biagi, sta apprezzando”.

Immagine di copertina: Ritratto di Leonardo Sciascia di Lorenzo Bersini, realizzato con i colori dei seguenti vini: Barbera d’Asti Superiore ossidata 6 mesi; Nero d’Avola ossidato 12 mesi; Nero d’Avola ossidato 2 mesi; Syrah in purezza; Ruchè di Castagnole Monferrato ossidato 4 mesi; Grignolino d’Asti ossidato 16 mesi; Bonarda in purezza; Bonarda ossidata 8 mesi.
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