Catullo e il Costasera

Il cielo era terso e l’aria frizzante a Sirmione. Il grande lago era come un gigantesco specchio che rifletteva colori fortissimi e intensi; il silenzio di quel luogo magico, interrotto soltanto dai piacevoli suoni della natura, rinfrancò non poco l’animo di Gaio Valerio Catullo: sì, era proprio tornato a casa.

E la sua casa erano gli spazi sconfinati della Gallia Cisalpina, le sue vaste piane, i numerosi corsi d’acqua che colmavano il grande lago Benaco, oggi detto di Garda. Il poeta si voltò verso est e ammirò le verdi distese dei vigneti ben curati, che rivolti al tramonto ricoprono le coste del lago, nelle cui acque si specchiano traendo vantaggio del riflesso della sua luce e del clima mite. Queste terre ci donano oggi l’Amarone Costasera di Masi.

La regione della Valpolicella, poco distante, era rinomata per gli ottimi vini che andavano ad accompagnare le lunghe conversazioni filosofiche e poetiche nelle lussuose ville dei patrizi lungo la Via Gallica.

Certo, il suo vino preferito era il robusto Falerno prodotto nelle assolate terre campane, ma sapeva che il vino della Valpolicella conteneva in sé certe caratteristiche che riflettevano il suo animo. In un certo senso si sentiva affine a quel vino: esso infatti esplode inizialmente al palato in un tripudio di sapori che sintetizzano l’essenza del piacere, per poi lasciare un leggero sentore amaro.

Non è forse una metafora dei suoi sentimenti per l’amata e odiata Lesbia? L’amore è dunque un attimo di piacere immenso seguito dall’amaro della disillusione, del tradimento e dell’assenza?

Catullo pensava di sì, è giusto che sia così: in un buon vino non deve persistere una dolcezza melensa che lo rende stucchevole, ma deve esserci anche l’amaro, la fermezza, la nota dura. Come nel vino, così nell’amore e nella vita. Decise che ci avrebbe pensato su e magari avrebbe anche scritto qualcosa in merito.

appassimento-uve-Cantina-Valpolicella-NegrarIl vino bevuto dal tormentato poeta è l’antenato dell’Amarone Costasera della Valpolicella, uno dei più pregiati vini italiani  prodotto attraverso un severo disciplinare, da uve appassite su dei graticci, ottenendo così una concentrazione di zuccheri che fermentando si trasformano in alcool, facendo perdere al vino tutta la dolcezza in eccesso.

 

2-01_costaseraCatullo chiamò il giovane servo perché portasse un’anfora del miglior vino amaro della Valpolicella: niente acqua a diluirne l’essenza, solo vino. Sorseggiò e lasciò indugiare il vino in bocca, chiuse gli occhi e si lasciò trasportare. Deglutì e declamò ad alta voce al giovinetto:


Ragazzo, se versi un vino vecchio
riempine i calici del più amaro,
come vuole Postumia, la nostra regina
ubriaca più di un acino ubriaco.
E l’acqua se ne vada dove le pare
a rovinare il vino, lontano,
fra gli astemi: questo è vino puro.

Carme 27

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